mercoledì 18 gennaio 2006

Scusa Mimì non vorrei ferirti. Scusa ma proprio non ce la faccio. Con tutto il bene che ti voglio non ce la faccio a interessarmi come vorrebbero le radio, i giornali e (suppongo) la tv alla tua situazione. Solo perché avete un bel nome che “puzza di rancio fureria e popolo”, che rimanda echi ottocenteschi,  un nome che ricorda sudore, fatica, fuochi di officina, piazze incazzate, eschimo e sciarpe rosse. Metalmeccanici. Proprio un bel nome.

Non ce l’ho con loro ovvio. Ci mancherebbe, hanno il contratto scaduto e fanno bene a scendere in piazza, a bloccare i treni e le autostrade. Ieri su Katerpillar (Radio2) era collegato un dirigente del sindacato bolognese che ha promesso che se entro domani non chiudono il contratto impediranno lo svolgimento della prima puntata del Grande Fratello. Questa mi pare geniale. Surreale, situazionista addirittura, assolutamente al passo colla nostra Società dello Spettacolo.

Comunque, tutto sto tam-tam mediatico. Sono tanti, si dice, un milione e cento mila operai. (A parte che non è vero: io in Permasteelisa avevo il contratto metalmeccanico e non ho nemmeno mai preso in mano una saldatrice, magari!). E poi: domandano un aumento lordo di cento euro e la federmeccanica offre loro 94 euro. 6 euro di differenza. Lordi. Che al netto di trattenute, in busta paga diventano 4 euro e venti centesimi.

A me pare fantascienza. Tra popolo della partita IVA, cocopro, part time e finti occupati, noi “lavoratori atipici” (atipici?) siamo quasi sei milioni.

S-E-I    M-I-L-I-O-N-I!! Che prendiamo mediamente un terzo in meno di quello che prende un metalmeccanico senza avere nessuna delle agevolazioni (tante: malattia, ferie, pensione…) di cui godono loro. In alcuni casi (partita IVA) senza nemmeno la possibilità di rivalersi se non si viene pagati.

Siamo in campagna elettorale: avete visto qualcuno scrivere nel proprio manifesto qualcosa sull’argomento? Avete mai sentito alla tv un sindacalista, un politico, una soubrette, che cavalchi ‘sto problema? Frega un cazzo? Mi pare che la politica, ma a sto punto anche intellettuali, scrittori, giornalisti siano distanti anni luce dalla società reale. Mi pare che si sia persa la ragione, la misura delle cose. (Sai che scoperta…)

Dice il mio amico Paltò, precario in fabbrica di stampati metallici (precario in fabbrica, ma dove siamo arrivati?): “Alle elezioni, se vanno su quegli altri ci trasciniamo nel limbo ancora per anni. Speriamo vinca Berlusconi, così almeno la situazione esplode.”

 

venerdì 13 gennaio 2006

Dear Mrs. R. Blenman sono passati tredici giorni da quando le ho inviato il mio CV. Non voglio metterle fretta, capisco che i tempi di selezione in uno studio come il Vostro, anche in considerazione dell’alto numero di richieste che indubbiamente Vi perverranno, siano allargati.

È che qui la situazione si fa sempre più critica.

Dear Mrs Blenman, ho la cassetta postale intasata di richieste: architetti, ingegneri, grafici e operai del terzo millennio a vario titolo che mi chiedono consigli di vario genere. Rispondo loro che guadagno 15000 euro l’anno e ne pago 5000 di tasse. Scommetto che sono un contribuente maggiore di Fiorani. Ogni volta che percorro la Venezia-Milano penso orgogliosamente che l’ho pagata anch’io.

Qui, Mrs. R. Blenman, la situazione sta evolvendo in maniera incontrollata. Voglio dire che sta andando in vacca. Arresteranno Ricucci, lo so. È solo questione di ore. È finita la pacchia per noi furbetti. Dovremo emigrare in massa.

Ma non è, dear Mrs. R. Blenman, mia intenzione lamentarmi. So bene che non è colpa delle politiche governative ne comunitarie. È tutta colpa dei cinesi. Dei cinesi, degli arabi, e degli indiani. E di quei bastardi cinesi.

 

Dear Mrs. R. Blenman, ma non voglio discutere della situazione internazionale. In fondo è il mio curriculum, ciò che conta. Le mie note caratteriali. Cercherò di essere esaustivo e allo stesso tempo completamente sincero con lei.

Ieri sono uscito dallo studio alle 8.30 e sono passato a bermi un-aperitivo-uno al Monkees. Sono tornato a casa alle due e alla tv davano un film di Corman. Non è stato semplice alzarsi alle sette meno un quarto stamattina. Sono rimasto venti minuti seduto nel bordo della vasca a guardare le piastrelle del bagno. Fiori azzurri su sfondo bianco.

Dear Mrs. R. Blenman, non è che abbia un problema coll’alcol. Io la chiamerei affinità elettiva.

 

Ogni tanto, Mrs Blenman, mi succede di identificarmi con le cose inanimate: colle piastrelle a fiori, col tubetto di dentifricio, con i peperoni e i porri nel frigo. Sto al bancone della cucina davanti al mio blocchetto colla penna in mano, e invece di disegnare il progetto per una nuova centrale atomica o di scrivere un racconto immortale, guardo il frigorifero. Mi intristisco a pensare alle mozzarelle che schiattano nella loro busta, alle mele che agonizzano nello scomparto frutta, agli yogurt che ammuffiscono nelle loro confezioni colorate, alle uova che sfondano l’involucro di cartone. Sono troppo sensibile. Ho anche rispolverato i vecchi dischi degli Alice in Chains.

 

Dear Mrs. R. Blenman, per farmi uno scherzetto in studio mi hanno messo come sfondo del desktop una foto di Enzo Paolo Turci che dovrebbe essere il marito di Carmen Russo. Ha l’aria contenta di chi canta e balla tutto il giorno senza pensare al futuro. Forse dovrei fare anch’io come lui. In fondo siamo entrambi Leone ascendente Gemelli colla luna in Saturno e Giove a monte. Vorrà pur dire qualcosa.

È che ogni tanto, dear Mrs Blenman, mi par di buttar le giornate nel cesso. Arrivo alla sera e mi addormento sul libro, davanti al computer, sopra alla minestra. Vado a letto e mi tiro le coperte fin sopra alle orecchie, chiudo gli occhi, tiro lo sciacquone.

Ogni tanto poi starei a guardare il soffitto per ore. Collo stereo spento, lo sguardo spento, il cervello spento, a guardare le crepe che si allargano, le travi che marciscono.

Ogni tanto prendo a calci i miei libri, chiudo nel cassetto i miei dischi, formatto l’hard disc. Tanto…, dico. Sto al bancone della cucina a guardare il frigorifero, e ho sabbia nel cervello, sapore metallico in bocca.

 

Dear Mrs Blenman, mica va sempre così. Magari poi mi innamoro, smetto di fumare, e arriva la primavera -ed è tutto viaggi in vespa, zaini e tende da campeggio, feste in spiaggia: le occhiaie spariscono, il fisico si asciuga, la cera alla Marilyn Manson scompare dalla faccia, riprendo a scrivere, scrivo ‘sto cazzo di racconto, duro come un diamante, che a leggerlo senti i brividi lungo la schiena.

Invece a volte sono così inquieto e scostante. Sto al lavoro, e non me ne frega niente. Entro in libreria e non compro nulla. Vado in posta e a metà coda esco. Mi tengo la pipì per tutto il pomeriggio, in ufficio, così almeno c’ho un buon motivo per tornare a casa la sera. Mi sveglio la mattina e vorrei alzarmi domani l’altro. Faccio il caffé e vorrei aprire una bozza di Cabernet. Sento il giornale radio e vorrei avere sulle cuffiette Billie Holiday:

… Monday blues

Straight to sunday blues

Good morning heartache sit down…

 

E poi, dear Mrs Blenman, non posso più nasconderglielo, sono malato. Gravemente malato. Un male che mi porto da trent’anni addosso: ho il Ballo di San Vito e non mi passa. Sono andato dai migliori specialisti. Ho provato tutte le cure: da agosto sono stato in Croazia, a Berlino, a Barcellona, a Lubiana e a Praga. Solo per dire le città all’estero. Non faccio un week end a Venezia dal meeting internazionale dei maestri vetrai. Ciò nonostante metto giù la macchina dopo aver guidato tredici ore e mi dico, Andiamo Toni?

Sogno di viaggiare in treno di notte e svegliarmi colla steppa infinita al di là del finestrino e le colline in fondo che si accavallano come onde. Invece mi ritrovo alla stazione di Lancenigo a aspettare il bus navetta per il centro commerciale “Le Casette” di Villorba.

Sogno di girare sempre in completo nero come Nicola Conte, e invece ieri ho comprato un paio di braghe di fustagno ai saldi per 19 euro. Risparmio sui pantaloni, ho pensato, così posso acquistare il nuovo videofonino Samsung 24e-tx6 con home theatre.

Sogno che mi affidino il progetto per il nuovo teatro sull'acqua di Wellington e son riuscito (forse) a procurarmi l’incarico del catalogo di un negozio di vini.

Sogno di scrivere il romanzo Blue Mondays e dalla mia penna esce il racconto di avventure spaziali “I pirati del pianeta Orgasmo”.

Sogno di alzare gli occhi dal computer dopo un ora che batto sui tasti, e di leggere sullo schermo di una R4 bianca coi sedili posteriori  pieni di lattine di birre vuote, custodie di cd ovunque, due in maglietta bianca seduti sul cofano che guardano il mare alla fine delle strade. Invece. dear Mrs Blenman, sto di nuovo parlando da solo.

 

venerdì 30 dicembre 2005

La data è sbagliata. Voglio dire è giusta, ma la data vera sarebbe il 29, è solo che scrivo oltre la mezzanotte. Ben oltre: cinque di mattina e le ho provate tutte, ma niente sonno, tanto vale che passi quel che rimane della notte del mio secondo compleanno davanti al computer.

 

Era l’ultima festa mod dell’anno, o meglio l’ultima festa mod prima della festa mod di capodanno, figurarsi se io e Lele ce la perdavamo, neanche morti, eravamo in tourné quell’anno. Era al Jam, il buon vecchio sporco cadente capannone del Jam, prima che lo buttassero giù per costruire un grattacielo a specchi  sede di una multinazionale del tabacco. Non c’era alcun concerto, solo un po’ di dj -il mio preferito: Soulfull Giulio da PN- e avevo ballato tutta la sera con la Mara, ballato e bevuto e fumato con Mara, eravamo belli, appena laureati, imbriaghi, giovani e eccitati.

 

Bisogna seguirli i propri presagi, credo. Bisogna avere opinioni a priori su tutto, diceva sempre il tenente Mac Ewan. La luna era strana, risplendeva fredda come una perla al collo di una pluridivorziata. Quando Lele diede le chiavi all’usciere, lui, vestito come un colonnello sudamericano ci guardò sorridendo. Un sorriso strano. Arrivò guidando la Cadillac e restituì le chiavi a Lele. Sorrise di nuovo. Non mi piacque. Non mi piacque per niente.

Lele che guidava era perfettamente sobrio e ben sbarbato. Io avevo bevuto qualche bibita, me la meritavo dopo aver risolto il caso del Teatro di Pesaro. Mi addormentai sul sedile. Questo fu il mio errore. Ci aspettavano. Un agguato in piena regola:

C’era Buk La Teste, Jack Bidone

Coi fratelli Bolivar

Mentre sotto ad un lampione

Se la spassa Billy Car

 

Almeno così mi raccontarono. Il treno è un lampo infuocato se si guarda impazziti

Il convoglio venir. Un momento un pensiero affannato e la vita è rapita senz’altro soffrir.

Io riuscii solo a pensare, Bè sono ancora vivo. Cogito ergo sum.

La gamba sinistra non si muove. Quella destra si, quindi buon segno.

Lele temeva che la macchina esplodesse con me dentro prima che arrivassero i soccorsi.

Gli infermieri e i dottori ti fanno sempre prendere una paura matta.

Quando in ambulanza l’infermiere si avvicinò con una cesoia lunga trenta centimetri pensai, No il parka no!... Poi pensai, Vabè lasciamo stare.

Poi mi squillò il cellulare e l’infermiere lo tirò su. Gli chiesi se potevo rispondere. Sorrise e me lo tenne accostato all’orecchio nella barella. “Si mamma… No è che abbiamo avuto un piccolo incidente… Si niente di grave… Devo essermi rotto un braccio… Mi portano all’ospedale… Si si OK ciao…”

 

Se avete idea che il personale infermieristico siano tutte Edwige Fenech in divise succinte, vi sbagliate alla grande. Il mese che son stato in corsia mi ricordo ‘sto infermiere col camice bianco e grandi baffoni neri: ti aspettavi che si spalancasse la porta e entrassero il poliziotto, il carpentiere e il capo indiano cantando Y-M-C-A.

In rianimazione invece c’era un ragazzo della mia età. Quando mi mise le cannucce nel naso e nella bocca, uscì un liquido strano. Rise: “E questo…?”

“Eh… Gin Toni”, riuscii a dire.

Dovevo stargli simpatico. Dopo tre giorni –o un batter di ciglia, a seconda- mi risvegliai e c’era ancora lui. Gli chiesi un po’ d’acqua, lo pregai, lo scongiurai di darmi un po’ d’acqua. È vietato bere in rianimazione. Anche analcolici.

Fa l’aria furbetta. Guarda l’orologio. Versa mezzo dito d’acqua in un bicchiere.

“Meno tre… meno due… meno uno… Buon 2003!”

 

Così, allegria!

Non mi è venuto di meglio per augurarvi buone feste…

 

mercoledì 14 dicembre 2005

Mai che riesca a rilassarmi, a scrivere una cosa senza contraddittori, “Jack scavalcò agilmente la staccionata che divideva la loro proprietà da quella dei McKey”, qualcosa di indiscutibile, dura e pura, no, devo sempre mettermi nei guai. Vabè vi consiglio un libro poi la chiudiamo qui. È di Jean Clair, quello di Critica della modernità. L’ipotesi di partenza è la constatazione che sempre più nei musei, nelle gallerie d’avanguardia, nei dibattiti e nelle riviste d’arte, ciò che la fa da padrone è il disgustoso, l’immondo, il mostruoso, le sculture di sangue (Quinn), le ampolle di sperma (Bourgeois), le fotografie di cadaveri rubate all’obitorio (Serrano) o dell’artista che mangia la propria merda (Nebreda). O anche animali in formalina, bestie sezionate, modellini LEGO dei campi di concentramento, gastroscopie, autolesionismi, pedofilia.

La cosa che più inquieta Clair non è tanto l'opera in se (uno potrebbe cestinarla con uno sbadiglio) quanto l'interesse che lo status quo -i direttori di musei, i curatori di mostre, le riviste, i giurati dei premi- le riservano. Alla fine è questo “potere” che nella nostra società segna il valore di un’opera, è inutile che ce la meniamo. E quindi la spazzatura non è solo legata alla nostra “sensibilità”, alla sfera privata, ma interessa il nostro sistema, la nostra società, il nostro mondo. La morte come icona, il rifiuto come reliquia da conservare e esporre (e vendere). Ma Clair non si lascia tentare a dare un giudizio sull’epoca, ne sulle opere (a parte qualche legittima virgoletta prima della parola “arte”). Perché sulla morte non si può discutere. Si può esaminare come una fotografia che ingrandita mostra solo la grana della carta. Si possono però analizzare le sovrapposizioni, le associazioni di idee di un’epoca come se fosse un paziente sul lettino dello psicanalista.

L’immaginario della contemporaneità vive in posti asettici, lucidi. I ragazzi delle riviste sono rasati come monaci tibetani, glabri e androgeni (“guerrieri arcaici”), le ragazze sono infantili, gli occhi distanziati, il pube rasato come le veneri cinquecentesche, a eliminare ogni traccia di bestialità. Puro spirito, come le statue di Canova. All’interno delle città, in luoghi chiusi e appositamente riservati si espone ciò che è inibito nella vita, ciò che attira bestialmente, irrazionalmente, ciò che attrae irresistibilmente il bambino e il cane.

E ecco, con un cortocircuito mentale alla Roland Barthes, Clair individua un altro luogo della storia dove la società era ossessionata dal culto del corpo, dalla perfezione formale, dalla purezza del sangue e dei tratti somatici, dall’ordine e dalla pulizia -salvo poi dedicare zone ben chiuse nei bordi della città alla morte, ai rifiuti della società, agli scarti. Già Levi distingueva le gerarchie del campo in base agli escrementi, ed è da tutti riconosciuto che il problema principale, quello che occuperà le forze principali del genio organizzativo nazista era lo smaltimento dei rifiuti…

Il libro è: Jean Clair, De Immondo, Abscondita, 2005. Spero di avervi interessato.

Quanto a me credo nell'ironia, nella risata liberatoria, credo che tutti questi artisti si prendano troppo sul serio, credo che avrebbero bisogno di farsi una serata con Lele a mangiare folpi e bere bianchetti, credo nella sbronza come attività catartica e dada, credo nel mandarla in vacca, credo che loro colpiscano la parte di me alla quale sono meno interessato, le viscere, credo che quando nel 1961 (43 anni fa!) Piero Manzoni inscatolava la sua Merda d'Artista avesse una facciona divertita alla John Belushi, da collegiale che l'aveva combinata bella, credo che M. Duchamp ci fosse arrivato prima di tutti quanti e che a un certo punto non avendo più niente da dire giustamente preferisse giocare a scacchi e cercare di sbancare la roulette del casinò. Io credo che sia il riso che ci distingue dalle bestie.

"Crederò solo in un Dio che sappia ridere". Così, mentre aspetto mi riprometto:

a)      di non accettare un invito a cena da Andres Serrano. Sono sicuro che non si lava le mani prima di venire a tavola

b)      non presenterò mia sorella a Otto Muehl, re dell'Azionismo viennese -sette anni di carcere per aver abusato di minorenni nel suo pasoliniano castello-comune

c)      non andrò ospite a casa di Tracey Amin senza essermi prima assicurato che abbia cambiato le lenzuola

d)      simpatizzo senza riserve per il bengalese che mentre David Nebreda fa il suo ingresso nella galleria d'avanguardia nella Quinta Avenue, sta entrando col mocio e il secchio a pulirgli lo studio.

 

lunedì 5 dicembre 2005

Oggi in studio do un’occhiata al libro della Taschen ARCHITECTURE NOW 3, scorro l’indice e leggo, tra i vari, Olafur Eliasson. Mi incuriosisco. Dico, ma non era l’artista danese che faceva quei giochi di luci e di rifrazioni, che lavorava colla natura, col vento, colle foglie, ecc.? Che ci fa in mezzo a Koolas, H. e De M., Isozaki? Che abbia un omonimo, un figlio, un gemello –che sia vittima come me di un fratello malvagio che esce il sabato notte mentre io castamente dormo sotto al piumone? O che sia invece Eliasson l’originale, e che abbia costruito qualcosa, una casetta di tronchi, uno chalet in Scandinavia, una Baita, una stazione della seggiovia?

Arrivo alla pagina, ed era proprio lui, Olafur Eliasson, colla sua riga in parte stile Rivincita dei Nerds, ed era pubblicata la sua installazione alla Tate Modern di Londra, un grosso sole giallo in fondo alla Turbine Hall, specchi sul soffitto e macchine sparafumo. Svengo leggendo le note di accompagnamento: “Olafur Eliasson, ancor più di H. e De M., ha trasformato questo spazio utilizzando semplicemente fumo e specchi. Un gesto di magia architettonica.” Architettonica?

Tanto sapete già dove voglio arrivare. Non mi piace passare per precisino, di solito sono un fricchettone, ma secondo me le parole sono importanti. Sacre sono, il linguaggio è tutto ciò che abbiamo. Il confine è labile in tempi di architettura rarefatta, decostruita, pubblicitaria e sborona, ma secondo me uno che scrive che un gioco di luci, specchi e fumo è architettura, è come uno che confonde una scenografia con un teatro, un murales con un edificio, il profumo del soffritto con la cucina. È uno che di architettura non ha capito un cazzo.

Stavamo dalla Mara vicino a Liverpool Street e avevamo cercato disperatamente una festa Mod, ma doveva essere l’unico week-end in cui i New Untouchables non organizzavano niente, così finiamo in un locale dove suonavano elettronica super pestata, il tipico locale col nero all’ingresso e dentro pastiglie e cocaina, collane lampeggianti e T-shirt stonfe di sudore. Troppo per me, dovetti bermi quaranta cocktails (gin toni, ovvio) e riuscimmo nonostante tutto a ballare e divertirci e tornare a casa alle sette di mattina. (Tornando a casa passammo per caso per Bishop Square, davanti al cantiere per cui stavo facendo gli esecutivi e la Mara mi ha fatto una foto stupenda, ‘co sto sorriso e gli occhi chiusi chiusi, ridotti a due fessure appena…). Alle 11 della mattina, instancabili (?), eravamo già in giro per Londra, colla camminata junkie, passeggiando tangenti alla torre, il Tower Bridge, poi lungo il Tamigi, quel giro là. Finimmo alla Tate, lo stupendo edificio della Tate, e dentro c’era (ma dai!) l’installazione di Eliasson. Io avevo gli occhi di fuori e ero supernervoso, pallido, mi sembrava di aver fatto colazione con una macedonia di lamette Gillette. Entrai nella hall e mi lasciai avvolgere dall’installazione. Dall’atmosfera lisergica, ipnotica, da ‘sto mood languido, morbido, vagamente inquietante. Arrivai in fondo alla sala, e iniziava a prendermi sempre peggio. Mi piacque molto all’inizio, poi abbastanza, poi per niente, poi piantai gli altri là e scappai fuori a gambe levate: aria aperta, Tamigi che scorre lento, mamme e bambini in carrozzella, pietra fredda sotto ai piedi.

Non mi sconvolse l’installazione, ma come la gente e i ragazzi reagivano all’installazione. Checché ne abbiano scritto che era un’opera atmosferica, lieve, naturalistica, ecc., era invece chiaramente un’opera che metteva in scena la decadance: questo ambiente avvolgente, cullante, leggermente angosciante, con un enorme sole che sta tramontando, e specchi, specchi ovunque. Altro che contemplativa, non si spiegherebbe altrimenti la nebbia, il rumore uooooo, basso, continuo, delle ventole, gli specchi sul soffitto, stranianti. E ‘sti ragazzi in fondo, distesi per terra, allungati nel cemento, languidi, silenziosi, stracci in contemplazione di ‘sto tramonto giallo, di questa fine annunciata, che sembravano scambiare le radiazioni di ‘sto sole malato, postatomico, per raggi uv.

Tutto sommato credo a posteriori che Eliasson avesse voluto mettere in scena proprio questo, il putrido crogiolamento davanti alla morte, la santificazione del malaticcio, del decadant. Forse addirittura una presa per il culo di quell’arte che fa del culto della morte un diktat, della spazzatura un’icona, del nichilismo l’unica certezza. Che crede ci si emozioni davanti a un fantoccio impiccato, una mucca in formalina, davanti a un artista coperto dalla propria diarrea. Io non mi scandalizzo, mi annoio. Non mi sconvolgo, sbadiglio. Noia distillata per me: un letto disfatto dove una povera artista (ora neo miliardaria) è rimasta a deprimersi per una settimana mi sconvolge tanto quanto le stanze polverose del Museo Nazionale piene di copie ottocentesche di statue greche. Devo essere io particolarmente cinico a non soffrire per un lampadario di Tampax. Lo so è colpa mia, il mio cuore è duro, e rimango lungamente a rifletterci alla finestra nelle interminabili notti invernali.

Quanta autocommiserazione, quanto compiacimento, e soprattutto quanto talento sprecato! Per questo mi aveva deluso tanto Eliasson. Perché era uno che mi piaceva, sembrava uno capace ancora di raccontare. Bè cosa avesse in testa non l’ho ancora capito. L’ho incontrato una volta in una inaugurazione, e stava discutendo affabile con tutti, studenti e scrocconi vari. Ho detto adesso glielo chiedo adesso glielo chiedo, stavo lì col mio prosecchino, lo guardavo, e pensavo adesso glielo chiedo adesso glielo chiedo, lì in piedi, colla cicca e il bicchiere, immobile, indeciso, decadant.

 

mercoledì 23 novembre 2005

Ciao Kemper

 

Morte, violenza, sopruso, sono certamente degli argomenti importanti, che vanno al nocciolo della condizione umana. Di sicuro se ne parla a stufa nei giornali di nascita (aborto, diritti del nascituro, fecondazione, tutti argomenti importanti, eh!) e di morte. È  ciò che sta nel mezzo che è stato rimosso dalla coscienza critica. Tra la nascita e la morte, a cavallo di una bara, come diceva Beckett, c’è una intera generazione che è stata rimossa dal dibattito politico, direi addirittura dalla coscienza civile. Una intera generazione impossibilitata ad avere figli, a sposarsi, a crescere. Impossibilitata ad ammalarsi, ad avere un infortunio. Che se si rompe un braccio muore di fame. Una generazione intera dimenticata dai politici dai giornali dai sindacati dalle televisioni: problema irrisolvibile, meglio non parlarne, meglio archiviarlo. A me piace leggere e sapere delle Brigate Rosse, ma mi piacerebbe si dicesse perché ammazzavano e gambizzavano: sostanzialmente per i diritti dei lavoratori. Finita quell’era, siamo ripiombati nel far west. C’è il mio amico L. che lavora per l’ASL da cinque anni con contratto a progetto (senza ferie pagate, senza malattie, senza liquidazione, senza previdenza) e siccome è illegale che questo tipo di contratto venga reiterato per più di due volte, lui viene licenziato ogni fine dicembre per essere riassunto a inizio gennaio. E dico questi trucchetti li fa l’azienda sanitaria nazionale… Settecentomila (settecentomila!) lavoratori come me in Italia fanno parte del cosiddetto “popolo della partita IVA”, che lavorano sostanzialmente alle dipendenze senza avere alcun diritto, neanche mezzo, neanche quello di essere pagati. Infatti non solo il mio ma molti datori di lavoro utilizzano il ritardo nei pagamenti per tenerti vincolato al posto di lavoro, tipo caparra, tipo buona uscita all’incontrario. La mia collega se ne è appena andata lasciando quattro mesi di stipendio. Ora, io se dovessi andarmene senza venir pagato, mi porto via il plotter e l’hard disk del mio PC. Ma si ammetterà che questa non è una soluzione, che il diritto di un lavoratore in una società normale non possa essere vincolato ad atti di forza. Che la sopravvivenza di una generazione non possa essere regolata dalla legge della giungla. Ma d’altronde? Potrei forse andare al sindacato a protestare? Il sindacato di cosa? Questo per me è far west, è truffa legalizzata e omicidio di una generazione. Penso che chi legge sappia bene di cosa sto parlando.

Una letteratura “non reazionaria”, che vuole mordere sul presente, parla di questo, secondo me. Non cerca un movente per l’assassinio di Kennedy (Ellroy).

 

martedì 22 novembre 2005

Lunedì, vacanza: festa del patrono di Venezia. Così sono tornato in terraferma dai miei, nel cuore del nordest. Domenica sono uscito a bere birra e ascoltare i Sound Garden fino alle quattro di mattina con Leo. Lunedì mi alzo, la tempia pulsa in maniera abbastanza controllata, e fuori c’è bel tempo, quelle misteriose giornate di sole e freddo assieme, aria dura e luce che penetra attraverso le cose, le rivela. Sveglio la Vespa dal letargo, mi copro con cento strati e vado bordeggiando per la mia patria privata, per i miei paesi, per i miei vigneti, vagabondo qua e la per le strade tra gli orti, i canali, i posti dove andavo a pescare, dove andavo a limonare, dove andavo a fumare di nascosto. I miei possedimenti personali della memoria, o quello che ne rimane.

Arrivo fino al mare, il mio mare, il malinconico mare invernale, e ci siamo solo io e un vecchio in fondo, col cane che girovaga per le dune.

Poi ritorno in città e vado a guardare cosa si costruisce di nuovo, in che modo la città si espande. Gironzolo con la Vespa per la strade dei nuovi centri residenziali, i «villaggetti» che sono sorti come funghi negli ultimi anni, e siccome sono fatto così, mi domando quale sia il senso di questa «villettopoli», che desiderio subconscio rappresenti la «casa a schiera come aspirazione generalizzata». Mi domando che significhi questa enfilade di “case color cremino, condomini color nocciolina, residence giallini e marroncini. Mai giallo, giallino. Mai verde, verdino. Mai celeste, celestino. Mai una casa, sempre e solo casette” (Vitaliano Trevisan). Che vuol dire?, mi domando. Cosa simboleggia quest’agglomerato potenzialmente infinito di villette, che mai si snodano a creare una piazza, del verde pubblico, un campo da basket: non dico un centro culturale, ma almeno un bar dove i vecchi giocano a bocce e calano la carta.

Checché ne pensiate non son mica seghe mentali, cercare di capire cosa significhi tutto ciò. C’è sempre stato un rapporto diretto tra quello che è la forma fisica della città e la forma mentale degli abitanti, il loro senso di cultura e di civiltà. I romani non distinguevano nemmeno linguisticamente tra questi due termini,  tra città e società, tra l'insediamento fisico e l'insieme di chi in questo insediamento viveva, lo modellava e ne era modellato. È l’inconscio collettivo di una società: “le città come i sogni sono costruite di paure e di desideri”. E come nei sogni questi ingranaggi possono essere messi in luce, analizzati. Si è sempre fatto: Pasolini esamina nei suoi romanzi una società che è del tutto omogenea ai luoghi in cui vive, i grandi caseggiati popolari, violenti e allucinanti, senza senso, in attesa di una rivoluzione, di una catarsi, in attesa di una bomba che spazzi via e rifondi la città e la sua società. Raymond Carver racconta sempre personaggi inquieti: lo scrittore fallito, la cameriera che piange sulla minestra, il ragazzo che di nascosto va a provarsi i vestiti della vicina. Uomini soli, in una città che li segrega dentro ai propri villini, dietro siepi impenetrabili, in quartieri residenziali senza fine, senza una piazza, un baretto, un negozio, un possibile luogo di contatto tra gli abitanti. Aspetto un grande scrittore che provi a raccontare anche noi. Che trovi le parole per questa immensa villettopoli che sembra non finire mai.

A analizzarla, sembra che l’unico pensiero di architetti, geometri, periti, ingegneri e assessori, sia riempire gli edifici di colonnine, di finestrelle tonde, di archetti, di frontoni, timpani e modanature in calcestruzzo. Di ricoprirli con tutte le icone della casa: tetti a capanna, facciate simmetriche, verandine, giardinetti, terrazzini. Nella maggior parte realmente inutilizzabili e quindi esclusivamente simbolici, come se volessero convincerci che queste siano realmente delle case. Con la loro esagerazione del simbolo, dell’icona della casa, questi edifici sono come i castelli disegnati dai bambini, colle torri aguzze, la bandierina, il portone ad arco e, davanti, la principessa.

Ma l'eccesso di simboli, la sovrabbondanza di informazioni, “sta sempre a indicare un  rumore di fondo molto alto” (Umberto Eco, Opera Aperta), un messaggio improbabile e un ricevente incredulo, come il bambino, incredulo e dubbioso per natura, che esagera il proprio disegno per convincersi che quello è veramente un castello. L’esagerato bisogno di icone delle nostre case sta a significare che anche il rumore di fondo della nostra città è alto e il ricevente è incredulo, dubbioso e insicuro. Sotto sotto non ci crede alla casa dei suoi sogni, al luogo che gli dia certezze, che lo ripari e lo salvi, il posto dove l'inquietudine si plachi.

Come nel dialogo di Baudelaire con la propria anima, quando questi le chiede in quale luogo vorrebbe curare la propria inquietudine -l'Olanda, il Portogallo, il Polo Nord?- l'anima non può che rispondere, esasperata: “Ovunque! Ovunque! Purché fuori da questo mondo!”. Perché l'altrove non esiste, non può esistere, è uno stato mentale di una città che passa il proprio tempo a desiderare disperatamente qualcosa che non sta avendo o che non sta avendo come desidera, lo stato di chi desidera convincersi di essere da qualche altra parte, di vivere in un posto senza incertezze e paure, a Paperopoli, in una fiaba, lontano via di qui, Anywhere out of the world. Una umanità che in fondo non ci crede che questo luogo esista, la casa dei propri sogni, e che però continua compulsivamente, forsennatamente a desiderare.

È il terzo stadio dell'alienazione predetto da Calvino: primo stadio, sono in ufficio e sogno di essere a casa. Secondo stadio, sono a casa e sogno di essere in ufficio. Terzo stadio, sono nella mia casa dei sogni  e sogno di essere nella mia casa dei sogni.

 

 

Un messaggio personale: non è che tra voi c'è una Francesca di Napoli amica di Lucas e Natali?

 

venerdì 18 novembre 2005

Non che sia il mio scrittore preferito, Aldo Nove, ne che l’articolo sul Corriere (Basta Cannibali: ora bisogna parlare della precarietà del lavoro) fosse geniale. Però mi ha fatto venire in mente delle cose. L’ho sempre pensata come Tullio Avoledo (L’elenco telefonico di Atlantide): perché si pubblicano (e si vendono) così tanti libri gialli, polizieschi e noire, quando i veri delitti si commettono in fabbrica, in casa, in ufficio, a scuola?

Bè il motivo è chiaro: la letteratura gialla è certamente reazionaria (a parte eccezioni: Sciascia). È un modo di non pensare. È rassicurante, è una semplicistica spiegazione del mondo (buoni/cattivi, vittime/carnefici).

Ma non siamo stufi di non pensare, di non mordere, di comprare libri sulla banda della Magliara, su furti e stupri, quando i veri assassinii si consumano al chiuso delle pareti di casa, al di là di una falsa calma, lentamente, astiosamente, premeditatamente, quando le vere rapine le perpetrano i datori di lavoro, con la connivenza di politici e la complicità dei sindacati, con l’alibi di congiunture economiche e internazionali, col movente di avere macchine ancora più grosse, case più costose, amanti più tettone, col movente, sempre quello, de far sempre pi schei?

Quando lavoravo alla Permasteelisa non me la passavo tanto bene. Stavo anche cinquanta ore alla settimana davanti allo schermo nero di AutoCAD, senza che succedesse mai nulla. Senza che arrivasse mai una mail per me, una richiesta, un consiglio, un rimprovero. Era come essere approdato col mio modulo lunare sul pianeta rosso. Potevano passare giorni, settimane, senza che nessuno mi parlasse. Andavi avanti colle tue linee, le tue quote, i tuoi retini, a disegnare pezzi tutti uguali che parevano non finire mai.

Mi sentivo come si sente un treno in una rotaia, come un paese del terzo mondo costretto alla monocultura. Lo sapevano i capocchia che questa era la principale causa di mortalità nell’azienda. E ogni tanto si inventavano qualcosa.

Alle 11 di mattina di un giorno senza nome mi arriva una e-mail:

 

12.40 a.m. brainstorming del Project Team “Bishop Square”in sala F3 (piano interrato) per valutazione delle strategie e delle scadenze della progettazione dell’ala est dell’edificio in Bishop Square, Londra.

Massimo Fanti

Lo guardai. Fanti era a cinque metri da me. Perché non me l’ha detto a voce, pensai. Magari perché è una riunione formale, pensai, con anche gli ingegneri del primo piano. Magari è una cosa importante, ci sarà anche qualche quadro aziendale, pensai. Magari mi hanno scelto per entrare in qualche nuovo team, pensai, magari è la volta che mi danno una chance, magari lavoro bene e duro e finisco a Londra in cantiere, magari…

Alle “12.40 a.m.” ci ritroviamo per le scale io, Giorgio, Maurizio, Carlo, Guido, Stiven (si si, Stiven…), tutti nuovi arrivati, più o meno. Spegniamo la sigaretta e entriamo in sala F3. Fanti era al telefono. Prendiamo posto attorno al tavolo. Tutti avevano portato fogli, penne, matite, fotocopie. Massimo Fanti mette giù il telefono, spegne con ostentazione il cellulare.

“Allora…”, fa. E inizia a spiegarci le «problematiche» della nuova ala dell’edificio, le «tempistiche» del progetto, lo «stato d’avanzamento» del lavoro. Alla fine chiede se ci sono consigli, proposte.

“Coraggio…”, dice.

È come aprire un rubinetto. L’introspezione di tutti ‘sti mesi strascorsi su Marte esce in un botto. Tutti iniziano a scatenarsi, a fare proposte, a enunciare teorie. Si scalmanano, litigano tra di loro, confrontano argomenti, urlano, finalmente liberi. È un delirio. Un’anarchia, una festa. Si arriva a discutere dei massimi sistemi, della struttura del team, del cantiere, della gerarchia aziendale, del ruolo dell’amministratore delegato. Tutti la san lunga: l’hanno capito, loro, come migliorare il rendimento, come eliminare gli sprechi e ottimizzare il lavoro. Maurizio si accalda e si alza in piedi, batte un pugno sul tavolo. È la rivoluzione dal basso, power to the people, la catarsi. La rifondazione dei presupposti su cui si regge l’azienda, la critica al capitalismo, al marxismo, al clientelismo, al decostruttivismo, al qualunquismo, al modernismo.

Fanti, il project manager, sta leggendo dei documenti e ogni tanto finge di interessarsi alla discussione, finché dopo un’ora guarda l’orologio da polso e decide che ci siamo divertiti abbastanza. Chiede il silenzio, e tranquillamente ci dice come ha organizzato il lavoro. Con semplicità ci divide a gruppetti. David e Emanuele: note di taglio degli spandler all’ottavo piano. Toni e Carlo: sviluppo balaustre dodicesimo piano edificio B -e così via.

Tutto qua il brainstorming: rinchiuderci in una stanza insonorizzata e lasciarci sfogare, con la scusa di farci credere di partecipare ai processi aziendali, di essere noi a decidere. Chiaramente un trucchetto ideato da qualche psicologo aziendale per non farti esplodere, per evitare che tu entri una mattina imbracciando un mitra.

Usciamo, facciamo a tempo di bere un caffé, mangiare due Ringo al distributore automatico. Torniamo in ufficio, all’interminabile fila di computer, ognuno davanti al proprio PC, come mucche in batteria.

La rivoluzione ai vertici dell’azienda era fallita.

E avevamo anche perso la pausa pranzo.

 

sabato 5 novembre 2005

Se Dio vuole (vuoi?) ho finito, salvato e mandato i files per la grafica del cd di Porfirio Rubirosa: copertina più libretto di sedici pagine. Un lavoraccio. Magari dopo la presentazione, pubblico qui qualche immagine, ne vado piuttosto fiero. Verrà bene, stampa permettendo: non dev’essere un genio della grafica, lo stampatore. L’altro giorno ho fatto le quattro di notte per stampare i pdf da inviargli, e poi ho perso tutta la mattina e parte del pomeriggio per mandare cinquanta mega di files. Alle cinque del pomeriggio mi manda una e-mail: NON VEDO ALCUN FILE PDF. MANDAMI URGENTEMENTE I PDF. Panico. Non risponde al telefono, il cellulare è sempre occupato. Totale aveva ricevuto i miei files, ma non aveva riconosciuto il formato .rar, che è la compressione usata da windows, lo sanno tutti, quasi tutti. Almeno i grafici, anche quelli MACghesboroni…

Vabè poi esco, lascio la casa così com’è, tipo Centro Sociale dopo un concerto di Marilin Manson. Esco che c’era Daniele, Alberto e un po’ di fioi venuti a festeggiare Checco, finalmente avvocato. Non sarebbe stato costretto a trasferirsi in Venezuela come promesso. La prima cosa che mi dice, ‘sto Matto: “Finalmente posso aprire la casa editrice!”

Ok, vaneggio per Venezia, mille rossi, mille sigarette, mille ciacole, al solito.

Parentesi cicche: La coscienza di Toni. In teoria avevo smesso di fumare (asma, paranoie varie…) per circa due anni: solo un pacchetto da dieci il sabato, o una sigaretta scroccata ogni tanto collo spritz. Poi da ‘sta estate ho ripreso come un drago, ma non c’ho bisogno fisico ne l’abitudine. Le compro solo quando sono di festa o in mood pessimo. (Ossia un giorno si e uno no). Poi schifato le butto via. Anche ieri dopo aver fumato tutta la notte, in botta tornando a casa compro un pacchetto. Ne fumo una poi, disgustato, lascio il pacchetto sopra al ponte dei Tre Archi. Non son poi tornato a riprenderlo dopo un quarto d’ora?

Stamattina mi sveglio coi polmoni in fiamme. Brutto, vecchio, nervoso. Ma poi mi passa subito, guardo un pezzo di tg-varietà e torno di umore leggero. Decido di andare in piscina. Ho una specie di visione, non tanto della piscina, quanto del post piscina: la doccia automatica, la pelle ruvida che sa di cloro, pulito come ti pare di non esser mai stato, i muscoli compatti, i pettorali duri.

Ho una teoria, che vado in piscina più per la doccia post piscina che per nuotare. Sensazione di pace, testa sgombra, purezza, morfina nel cervello, deserto bianco. Come alcune deliziose volte dopo aver fatto l’amore. Anche nuotando ogni tanto sensazione di abbandono, ma capita più spesso in mare, è complicato in piscina con tutta ‘sta gente. Ma oggi ho culo, siamo solo tre per corsia qui a San Alvise. La piscina più bella del mondo, credo, per quanto non le abbia viste tutte: è di mattoni a vista e capriate di legno, e l’arco centrale chiuso da una vetrata incornicia la laguna. Il livello della vasca è allo stesso livello del mare, e puoi vedere i vaporetti che vanno a Murano.

Riesco abbastanza a rilassarmi. Mi ritrovo che nuoto con gli occhi chiusi, come mi capita sempre in mare, e a volte mi ritrovo non so dove.

Anche ballo con gli occhi chiusi. Mi piace tanto ballare e non so da quando ho sta mania di ballare cogli occhi chiusi. Di sicuro mi ricordo a Pamplona Maria Jesus che mi fa, Anche tu balli con gli opcchi chiusi! -Vorrei saper dattilografare meglio per poter anche scrivere con gli occhi chiusi, mi ricordo di averle risposto. Ogni tanto mi capita di rispondere la cosa giusta. Da allora c’ho pensato un sacco: Hemingway scriveva in piedi, secondo me strizzando gli occhi come per prendere la mira col fucile. Bukowski con gli occhi chiusi sicuramente, seguendo solo il battito cupo della macchina da scrivere sulle pareti. Kerouac anche scriveva con gli occhi chiusi, canticchiando, battendo ogni tanto il pugno sul tavolo, preso “dall’occhio dentro l’occhio”. O dalle anfetamine?

Ho una teoria, che ascolto jazz perché è una musica che si suona ad occhi chiusi, e si sente. Gli altri li esclude, li perde dietro a un labirinto di note, li relega dietro una cortina di suoni. I primi anni che facevo radio ero scarsissimo, e tenevo ‘sto programma, Free Jazz, a orari notturni impossibili. Ogni sera davo il numero di telefono, ma non mi ha chiamato mai nessuno. Però mi divertiva, era come parlare nel microfono verso niente, come mandare messaggi nella bottiglia da un’isola deserta al terzo piano di via Battisti.

Toni Manero ad occhi chiusi ascoltando Sweet Soul Music sabato scorso a Lavarone

Sto sognando di essere in queste condizioni magiche, colla macchina da scrivere in apnea sott’acqua. Poi un ciccione mi viene addosso e tutto si rompe. Guardo l’orologio, solo trequarti d’ora, però mai fermato.

Vado alla doccia e sto bene, e mi dico, basta Toni, basta vitaccia basta cicche basta alcol. Esco e mi viene voglia di mangiare una pizza surgelata colla coca cola. Una specie di simbolo di purezza, la pizza con la coca cola, l’annuncio di un nuovo Toni. Cerco un negozietto ma il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va e finisco al Billa dove compro quattro stronzate, un po’di verdura, candele, yogurt: una spesa molto new age. Arrivo alla cassa e mi accorgo che mi son dimenticato la pizza… Ma non ho voglia di rifar la coda. Berrò solo la coca, penso, sarà dal ‘89 che non bevo una coca-cola. Senza Cacique intendo...

Arrivo a casa e mi vien male. Felpe e maglie sul divano, due lampadine rotte, il secchiaio con una pila di piatti sporchi, ci sono scarpe ovunque, la tavola è ancora apparecchiata da giovedi e il telefono non ha alcuna chiamata senza risposta. Ci son più sentimenti che parole, penso, e più ancora sigarette spente nelle mie tazzine di caffé, bicchieri dagli orli rossi, amicizie scadute come yogurt nel frigo, vecchie bollette. Devo fare ordine, mi dico, perciò mi metto nella mia cuccia, per terra sopra al cuscino rosso, accendo il computer e mi metto a scrivere.

 

domenica 30 ottobre 2005

Ciao Giordana

Come come? In che senso spiegare meglio? Pensi che abbia esagerato? Può darsi, ogni tanto mi incazzo perdo le staffe e mi indigno. Poi dopo mi passa, eh… Ma non sono troppo dispiaciuto del fatto che mi indigno, mi incazzo e esagero coi toni. Vuol dire, credo, che ci tengo alle cose. Penso che un po’ di sana indignazione sia un buon principio democratico. Soprattutto se non fai l’indignato di professione, sempre e comunque contro tutto e tutti. Io c’ho i miei momenti di indignazione, i miei picchi. Da quest’estate ho collezionato Ricucci, Lapo, la ridicola multa data alle multinazionali del latte in polvere, e l’altro giorno il manifesto di Berlusconi.

Se ti riferivi alla vicenda di Lapo Elkann mi ha indignato nello specifico la reazione dei politici e dell’opinione pubblica, non naturalmente quello che fa il rampollo Agnelli. Che si trombi e si metta dentro al corpo chi vuole e cosa vuole. Dico solo che un quadro di una grossa industria che fa crollare in un giorno l’immagine del marchio che dovrebbe promuovere è uno che non sa fare il proprio mestiere. Uno inadeguato al proprio compito di rappresentanza. In un paese civile verrebbe allontanato immediatamente dai vertici –e dico, mica morirebbe di fame… In un paese normale, come diceva Carlo Fruttero, andrebbe ad aprire un ristorante in Messico. Con tutto, ripeto, che me ne strafrego delle sue “abitudini”. Solo che lui non è Kate Moss, o un attoruncolo o un artista, è un dirigente della più importante industria italiana, che fa della solidità il suo obbiettivo di immagine principale. E che lui non è stato in grado di promuovere. Tutto qua.

Ma adesso basta, non mi piace tanto scrivere di queste cose. È che non sono mai io che decido cosa scrivere. “Scrivo perché mi è naturale, così come mi ammalo, così come piscio”. Ma adesso che ho evacuato le mie indignazioni, posso tornare a scrivere di cazzate.

Sto partendo per Lavarone, alla festa Mod più divertente dell’anno. Io e Lele, completo di Tweed e lupetto nero, in corsa su di una ruggente Alfa Montreal del ‘68 color salmone, da Berlino Est, di là della cortina di ferro,  con lo scienziato sovietico narcotizzato rinchiuso nel bagagliaio, 2000 Light Years From Home al mangianastri, la valigetta con il decoder tra le ginocchia, Flint che fa stridere le ruote sulla neve alta, appuntamento con Felix della CIA in cima al trampolino per il salto con gli sci: una buona stagione, questa, per gli sport invernali, anche se dicono che  la neve quest’anno sia migliore a Saint Moritz.

 

giovedì 27 ottobre 2005

Vi metto questa immagine perché forse vi è sfuggita. Il capo del governo che mostra il dito medio: IN MEDIO STAT VIRTUS. Sottotitolo: GENTE ALLEGRA, DIO L’AIUTA.

 

 

Ve lo dico subito: non è che questo sia uno scherzo di cattivo gusto, una feroce satira di qualche comico bolscevico, un j’accuse di qualche partito pericolosamente estremista, un attacco di qualche magistrato rosso. No no, è proprio il manifesto elettorale stampato da Forza Italia per le elezioni comunali di novembre a Bolzano.

Ci siamo arrivati: la perfetta traduzione grafica di tutto ciò che il pemier rappresenta e ha sempre voluto rappresentare, e per cui è tanto amato (e votato). Questa fine ironia è la santificazione dei valori del berlusconianesimo: la glorificazione del furbetto, l’omaggio a quello che sghignazzando nella sua spider decappottata ti sorpassa mentre stiamo tutti in coda sotto al sole, la mitizzazione del “supercafone”, in un’atmosfera allegra e spensierata da bicchierata sulla spiaggia. A me viene in mente una Porche Cheyenne parcheggiata con due ruote sopra al marciapiede, Al Bano che piange in diretta TV, polo bianche col colletto tirato su, mi vengono in mente tutti i “furbetti dei quartierini”, i Ric(c)ucci d’Italia che si vantano di esserlo, che sposano la più tettona della città, che ci becchiamo su tutte le riviste estive colla camicia aperta fino all’ombelico, magister elegantiarum di inizio millennio che adesso ci tocca vedere anche nelle satire TV della domenica, come se ci fosse qualcosa da ridere su un mascalzone che la fa franca, come se ci fosse qualcosa da compatire a un trentenne beccato con grammate di coca e di eroina in compagnia di tre trans, che fa perdere miliardi ai risparmiatori di cui dovrebbero curare gli interessi, che fa crollare l’immagine del marchio più importante d’Italia che dovrebbe rappresentare -e che viene difesi dai politici: non siamo ipocriti..., la droga si sa in certi ambienti..., è solo un ragazzo..., è così simpatico..., speriamo che si riprenda bene e torni presto ai suoi incarichi di responsabilità… Oh! Ma state scherzando?

Vabè… Tornando alla foto, mi sono domandato chi era la biondona formosa che se la stava spassando col Berluska. All’inizio, quando ancora credevo fosse uno scherzo, pensavo che ‘sta tettona fosse l’Italia (Berlusconi che si tromba l’Italia…). È in realtà la coordinatrice dell'Alto Adige di FI, Michaela Biancofiore, che ha commentato così il ‘fanculo del premier: “è un modo per abbassare i toni di una competizione nella quale gli avversari sono arrivati spesso all’insulto”. Alè.

 

mercoledì 12 ottobre 2005

O lascio andare le situazioni, che si logorino e si sfilaccino, che diventino briciole per strada, oppure mi ci lancio dentro di testa sull’acqua bassa, nudo bruco, puntando l’intera posta su un unico numero. Tutto o niente, vincere o perdere in un botto.

Non so perché scrivo questo. Sto al Pitin di Barcellona, tra la Barceloneta e Plaza Colon, seduto al banco contro la vetrata, bevendo birra su bicchieri tenuti in freezer che si appannano appena presi in mano. Torno ogni volta in ‘sto bar, senza alcun motivo concreto, solo perché fa parte di una mia mitologia personale: una cazzata, un inglese conosciuto per caso in altri tempi, altre storie, altre situazioni, altri amori, altri umori. Sono un tipo romantico se così si può dire: ho appena speso dieci euro per comprare un quarantacinque giri anni ottanta di Radio Futura, il primo gruppo di Juan Perro, solo per ricordarmi della mattina in cui io Lucas e Natali siamo andati a passeggio per il Barrio Gotico, e poi a vedere la casa di lei in Plaza de la Merce, e a mangiare  pesciolini fritti in quel posto di piastrelle bianche.

Credo che tutto ti ricordi qualcosa è il titolo di un bellissimo racconto di Hemigway, ed è proprio così, a volte è solo un girare attorno a se stessi, ritrovarsi nelle cose che ci ancorano a terra, che ci hanno formato, che mi dicono chi sono, da dove vengo, a volte dove vado. Credo che abbiamo una fortuna insolita noi architetti, perché per noi i luoghi hanno un significato particolare, entrano di più nella nostra vita, nei nostri ricordi. Gli architetti abbiamo vari punctum nella città, nel territorio, notiamo le cose con altri occhi, guardiamo la città come uno scrittore guarda la guerra. Al di là del vetro, verso il porto, l’edificio di Coderch e mi viene in mente quell’appartamento dove si dormiva cullati dal clan clan delle corde e dei rocchetti delle vele che battevano nel vento contro gli alberi delle navi.

Chissà se entrerà nella mia mitologia personale anche il Forum alla fine della Diagonal. Magari mi ricorderà il pranzo all’ombra delle palme nel giardino della conceria di pelli riutilizzata ad ateliers, o il baretto cileno con la cameriera grassa che mi faceva l’occhiolino, o sedersi sugli scogli a scrivere, con l’umore che va giù e poi su e poi giù di nuovo come nelle montagne russe, stessa sensazione allo stomaco, il cellulare che più lo guardi e meno squilla.

Bravi Franco e Ciccio, penso, bravi H & DeM, e bravo anche Mateo, mi piace molto come gli edifici del forum riescano a costruire un luogo con semplicità, come si ancorino perfettamente al suolo, come si scorga appena il mare al di la della piazza in salita. Mi piaceva che i bambini entrassero nel museo a giocare a nascondino, che la piazza fosse piena di sole, di skaters, di vita che prendeva forma nel luogo come l’acqua in un bicchiere.

Come in quell’altro edificio per cui litigo sempre, il MACBA di Meier, che ci son passato ieri sera, ed era pieno di gente, di bimbi in bicicletta, donne velate, due tipi che si allenavano a full contact, skaters, ragazzi che bevevano in attesa che si scaldi la notte, perfino uno che giocava a pelota contro il muro bianco del museo, come se fosse un fronton.

Enuncio agli altri la mia teoria, che cioè più o meno me ne frego di come son trattati gli edifici, dei rivestimenti e dei tagli delle finestre, delle luci e delle spazialità interne, che queste cose vanno giudicate solo in conseguenza del luogo che riescono a creare. Natali mi dice che no, un conto è la piazza e un conto l’edificio: che ci sia vita significa che la piazza funziona, non il museo. Ma la piazza è un vuoto tra un suolo e quattro pareti, mica altro, e funziona se funzionano i limiti che le danno forma, penso io. E poi c’ho ‘sta teoria, che un metodo infallibile in Spagna per stabilire se uno spazio funziona o no è vedere se i ragazzi ci vanno a fare bottellon, se ci vanno a bere prima di andare a ballare, come nella magica piazza contro il mare dietro agli scogli del Kursaal a Donostia.

Sono stato minacciato da varie forze importanti di badare ai fatti miei e non occuparmi di Barcellona, un blog esiste già ed è piuttosto seguito e molto bello. Quindi adesso la pianto, Giordana (scherzo…) -è che se le cose non le scrivo poi va a finire che non esistono.

Alcune non me le scordo nemmeno se muoio, perciò non serve estrarle dal cesto della morte, non hanno data di scadenza nel frigo: e chi se lo scorda l’appartamento dei Baschi, le cene in terrazza, i sette piani da fare a piedi, le orecchiette coi broccoli e Cabernet veneto, parlare di scemenze nel sofa poggiato sulle cassette di frutta, parlare di musica, scoprire che dopo due anni pare di essersi visti il pomeriggio prima, scoprire che ci vestiamo uguali, che abbiamo gli stessi libri, gli stessi dischi.

L’ultimo giorno prima di tornare finisco all’inaugurazione del locale di Max, i Xemei, sotto a Montjuic, e c’è musica, c’è un sacco di gente, i ragazzi, splendidi come sempre, offrono spritz e cicchetti e vino a fiumi. Incontro per caso la Checca, e poi altri amici, spagnoli e no, e sono contento, poi molto contento, poi euforico, poi out-control, e finisce che non riesco neanche più a parlare italiano, mancano poche ore all’aereo e non so che mi prende, mi cala un velo nero, mi trasformo in un personaggio di Capossela, rancoroso e triste, vago per le strade con l’alcol che mi ruggisce  in pancia, tutto o niente voglio, e alle volte mi par di restar con niente, solo una montagna di ricordi.

 

 

 


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Laureato lo scorso ottobre allo IUAV, sto lavorando da settembre nel cuore del nordest. Nel frattempo ho inviato una cinquantina di curriculum, preso undici aerei lowcost e fatto colloqui di lavoro un po' ovunque, come in un ospedale in cui ogni malato è posseduto dal desiderio di cambiarsi di letto: c’è chi vorrebbe dolere accanto alla stufa e chi crede che guarirebbe se solo potesse avere il posto accanto alla finestra.

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la posta:

02/09/2008 valentina

help

Salve Antonio
mi chiamo Valentina sono iscritta alla facolta' di architettura di Napoli FEDERICO II .
Mi mancano gli ultimi tre esami e domani, si proprio domani 3 settembre avro' il mio fatidico incontro con i miei 2 prof. per farsi' che mi assegnino un tema per la TESI o magari per proprorlo io.
Mi sarebbe piaciuto avere un ' idea tutta mia , ma non so da dove cominciaree ho lavorato in tutt' altro ambito fino a ieri.
Ho scelto due materie che dovranno interrelarsi ovvero :LA PROGETTAZIONE ARCH. e il DISEGNO DELL'ARCHITETTURA.
Sono stata tt il giorno su internet , tra una pausa caffè una sigaretta ..e nulla di troppo stimolante ; finchè nn so come ,
capito nel tuo blog e mi fermo a leggere.
Di solito mi annoiano i blog, troppe parole , ma il modo in cui scrivi mi ha deliziato.
Complimenti!!!
Non so se ti chiedo troppo, ma mi farebbe piacere ricevere un qlk stimolo per iniziare questo lavoro. Anche un libro letto da consigliare.
Qls cosa.


Ti ringrazio Antonio


Saluti Valentina

03/08/2008 DORIANA

brussa

ciao ....ho cercato BRUSSA su internet e non so perche sei uscito tu..... mi chiedo sempre il perche delle coincidenze.... forse perche abito vicino alla permastelisa?
ciao

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